Turismo e Aree Interne nel Sud

Una leva per contrastare lo spopolamento e rilanciare i territori

di Salvio Capasso
Responsabile Servizio Imprese & Territorio Srm
© Salvo Alibrio, Legami
© Salvo Alibrio, Legami

Le Aree Interne

Le Aree Interne sono una componente strutturale del Paese, decisiva per identità economica, sociale e culturale: in Italia rappresentano il 48,5% dei comuni, il 58,8% della superficie e il 22,6% della popolazione. Nel Mezzogiorno il loro peso è ancora più rilevante, con il 67,4% dei comuni, il 36,2% dei residenti e il 69,9% della superficie. Sono territori ricchi di paesaggi, produzioni agricole, borghi, tradizioni e capitale sociale, ma segnati da una forte distanza dai servizi essenziali: oltre 5,3 milioni di italiani, (il 9% del totale), vivono a più di 40 minuti da essi, quota che nel Mezzogiorno sale al 16,9%.

Tabella 1 | Il peso delle Aree Interne

INDICATOREITALIAMEZZOGIORNO
Comuni (%)48,5%67,4%
Popolazione (%)22,6%36,2%
Superficie (%)58,8%69,9%
Popolazione distante oltre 40 minuti dai servizi essenziali9,0%16,9%

Fonte: Srm, Terzo Rapporto Turismo e Territorio Srm, elaborazione su dati Istat e Snai (dati al 2022)

La criticità più grave resta lo spopolamento: tra il 1951 e il 2022 le Aree Interne italiane hanno perso oltre 1,4 milioni di abitanti (-9,2%), mentre i Centri sono cresciuti del 39,2%. Nel Mezzogiorno la dinamica è ancora più intensa: circa 900mila residenti in meno nelle Aree Interne (-11%), a fronte di 3 milioni di abitanti in più nei Centri meridionali.

Questo fenomeno non è solo quantitativo, ma anche qualitativo. Alla riduzione della popolazione si accompagna un progressivo invecchiamento. Nelle Aree Interne italiane si contano 207,1 ultrasessantacinquenni ogni 100 giovani, contro 189,2 nei Centri. Nel Mezzogiorno il valore è pari a 199,3 anziani ogni 100 giovani, con uno scarto significativo rispetto ai Centri meridionali, dove l’indice di vecchiaia si ferma a 169,5 (Istat, Censimento permanente della popolazione).

Le prospettive non sono rassicuranti. Le stime indicano che nei prossimi anni quasi il 90% dei comuni delle Aree Interne del Mezzogiorno potrebbe subire un ulteriore calo demografico, con punte del 92,6% nei comuni ultraperiferici. La questione cruciale diventa quindi come mantenere vive queste comunità e garantire loro prospettive di sviluppo sostenibile.

Il turismo lento come uno degli antidoti allo spopolamento

In questo contesto, il turismo può rappresentare uno degli strumenti più interessanti – seppur non l’unico – per contrastare lo spopolamento e favorire nuove traiettorie di sviluppo economico e sociale. Il suo valore risiede nella capacità di attivare risorse locali, generare reddito, creare occupazione, rafforzare l’identità territoriale e offrire nuove alternative alle comunità residenti.

Più in particolare, è il turismo lento – o slow tourism – a presentare una maggiore coerenza con le caratteristiche delle Aree Interne. Si tratta di un modo di viaggiare fondato su tempi più distesi, prossimità, autenticità, relazione con le comunità locali e valorizzazione delle risorse diffuse. Non punta alla concentrazione dei flussi, ma alla costruzione di esperienze capaci di generare valore senza consumare i luoghi. Per questo può rappresentare una via di resilienza territoriale: consente ai territori fragili di trasformare le proprie specificità – spesso percepite come limiti, come la distanza dai grandi poli o la bassa densità abitativa – in elementi distintivi di attrazione.

Negli ultimi anni la domanda turistica si sta orientando verso esperienze più autentiche, sostenibili e legate ai territori, favorendo destinazioni meno affollate e più identitarie. In questo quadro, le Aree Interne possono intercettare nuove forme di turismo lento, declinate in cammini, natura, borghi, ospitalità rurale, turismo delle radici ed esperienze legate alle produzioni locali. Tra queste, il turismo enogastronomico rappresenta un esempio particolarmente significativo, perché valorizza risorse già presenti – agricoltura, cucina locale, paesaggi rurali, cantine, frantoi e agriturismi – trasformandole in una leva di attrazione, reddito e crescita socioeconomica.

Secondo le elaborazioni Srm contenute nel Rapporto “Quando il vino incontra il turismo” (2025), in Italia ogni presenza turistica produce mediamente circa 144 euro di valore aggiunto. Nel turismo enogastronomico questo valore raggiunge circa 151,7 euro per presenza, superando il turismo balneare, pari a 128,2 euro, e collocandosi tra i tematismi a maggiore capacità di attivazione della ricchezza locale. La ragione è legata alla composizione della spesa. Non conta solo quanto si spende, ma come e su cosa si spende. Il turismo enogastronomico non concentra i suoi effetti esclusivamente sull’alloggio o su pochi servizi, ma attiva una filiera ampia e radicata localmente, che coinvolge agricoltura, ristorazione, commercio, artigianato, servizi e cultura. In questo senso, non è solo una forma di attrazione, ma un meccanismo di diffusione della ricchezza nel territorio.

Questo effetto moltiplicatore è particolarmente rilevante nelle Aree Interne, dove la connessione tra turismo e produzioni locali rappresenta un elemento chiave di sviluppo. Non si tratta solo di attrarre visitatori, ma di costruire un sistema economico integrato in grado di valorizzare risorse esistenti: paesaggi rurali, produzioni agricole, tradizioni alimentari, saperi artigianali, patrimonio culturale e comunità locali.

I dati mostrano inoltre che il turismo è già oggi una componente significativa dell’economia delle Aree Interne. In Italia, l’incidenza dell’occupazione turistica nelle Aree Interne raggiunge il 16,1%, quasi il doppio rispetto ai Centri (8,3%). Anche il valore aggiunto pro capite del turismo risulta sensibilmente più elevato: 867,5 euro nelle Aree Interne contro 446,2 euro nei Centri. Nel Mezzogiorno la dinamica resta evidente: l’occupazione turistica pesa per il 14,7% nelle Aree Interne contro l’8,8% nei Centri, mentre il valore aggiunto pro capite turistico è pari a 512,3 euro, quasi il doppio rispetto ai 271,8 euro dei Centri.

Tabella 2 |  Impatto economico del turismo: Centri e Aree Interne

AREAOCCUPAZIONE
TURISTICA (%)
VALORE AGGIUNTO
PRO CAPITE
TURISMO (€)
OCCUPAZIONE
INTRATTENIMENTO
AREA TURISTICO (%)
Italia – Centri8,3446,21,1
Italia – Aree Interne16,1867,51,0
Mezzogiorno – Centri8,8271,81,2
Mezzogiorno – Aree Interne14,7512,31,2

Fonte: Srm, Terzo Rapporto Turismo e Territorio Srm, elaborazione su dati Istat e Snai (dati al 2022)

Questi numeri indicano che il turismo non è solo una prospettiva futura per le Aree Interne, ma una specializzazione già in atto. In molti territori marginali, rappresenta una delle poche attività in grado di produrre occupazione, valore aggiunto e nuove opportunità imprenditoriali. Il legame con il contrasto allo spopolamento è quindi diretto: dove il turismo cresce e si struttura, si generano alternative economiche che possono contribuire a trattenere popolazione, ridurre l’emigrazione e, in alcuni casi, attrarre nuovi residenti o nuovi investimenti.

Alcune riflessioni conclusive

Nonostante le opportunità, il potenziale turistico delle Aree Interne non è ancora pienamente espresso, frenato da frammentazione dell’offerta, carenze infrastrutturali, debolezza del marketing territoriale e scarsa integrazione tra operatori. Nel Mezzogiorno, in particolare, occorre rafforzare la strutturazione e la riconoscibilità dell’offerta, anche attraverso strumenti come la certificazione degli agriturismi, utile per intercettare la domanda internazionale.

La sfida è passare da iniziative isolate a un vero modello di destinazione, capace di mettere in rete imprese, istituzioni e comunità locali. Solo un approccio integrato può amplificare l’impatto economico e sociale del turismo, investendo su qualità dei servizi, narrazione, accessibilità, formazione e promozione coordinata. Il turismo non è una soluzione unica allo spopolamento, che richiede anche servizi, infrastrutture e politiche di coesione, ma può essere una leva concreta e coerente con le caratteristiche delle Aree Interne. Se ben governato, può generare reddito e occupazione, valorizzare le risorse locali, rafforzare l’identità territoriale e contribuire a contrastare il declino demografico.

In questo senso, lo slow tourism può essere letto come una piattaforma di sviluppo territoriale più che come un singolo prodotto turistico. Le sue diverse declinazioni – enogastronomia, turismo delle radici, cammini, natura, borghi, cultura materiale e ospitalità rurale – possono contribuire a costruire economie locali più resilienti, meno dipendenti da grandi concentrazioni di flussi e più capaci di distribuire valore tra imprese, comunità e territori.

In un Paese come l’Italia, ricco di patrimonio culturale, paesaggistico ed enogastronomico diffuso, il turismo sostenibile, lento e identitario può contribuire a costruire uno sviluppo più equilibrato e inclusivo. La sfida non è attrarre più turisti, ma attrarre il turismo “giusto”, capace di generare valore economico e sociale senza snaturare i territori. Perché ciò accada, il turismo deve essere parte di una strategia territoriale integrata, non un’attività episodica. Solo così il turismo può trasformare esperienze autentiche e filiere locali in sviluppo duraturo.

Per saperne di più
A. Bianchino. D. Fusco, P. Giordano, M.A. Liguori e D. Summa, “Tourism as a means to counteract Inner Areas depopulation: The case study of Campania Region”, Rivista Italiana di Economia Demografia e Statistica, Vol. LXXVIII, n. 2, 2024.
R. Garibaldi e Srm, Quando il vino incontra il turismo. Numeri e modelli delle cantine italiane, Srm, 2025.
Istat, Censimento permanente della popolazione. Anno 2022.
Istat, “La demografia delle Aree interne: dinamiche recenti e prospettive future”, Statistiche Focus, 2024.
Istat, Frame SBS Territoriale, indicatori di struttura ed economici delle unità locali per Centri e Aree Interne, 2022.
A. Salustri e V. Cocco, “Turismo locale e aree interne: un binomio possibile?”, Catene/Chains, numero monografico di Memorie geografiche, 2022, pp. 79-87.
Srm, Rapporti Turismo & Territorio, anni vari.


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