Tra partire e restare

Scelte personali e pratiche di resistenza dei giovani che vivono nelle aree interne del Sud

di Sabina Licursi
Professoressa di Sociologia, Università della Calabria
© Stefano Pia, Alla fine c’e il mare
© Stefano Pia, Alla fine c’e il mare

Invertire lo sguardo

Il Sud perde popolazione e sta subendo un processo di degiovanimento molto rapido. Negli ultimi decenni si sono contratte le nascite e molti giovani sono partiti e continuano a partire. Garantire a quelli che vogliono restare la possibilità di farlo rappresenta una sfida cruciale per il futuro del Sud e, in particolare, delle sue aree interne.

I piccoli e piccolissimi paesi che le compongono sono stati interessati da trasformazioni che scoraggiano la permanenza. Fattori push incalzanti sono la carenza di servizi essenziali, nel campo della sanità, della mobilità e dell’istruzione, le criticità del mercato del lavoro e l’inadeguatezza dei servizi di conciliazione per chi ha figli piccoli o genitori anziani. A incoraggiare lo svuotamento delle aree interne sono anche elementi culturali. Per un verso, le interpretazioni che leggono lo spopolamento come destino inevitabile per quei territori che non sono riusciti a stare al passo delle aree del Paese più avanzate e moderne. Per altro verso, quelle che esaltano le tipicità della città e dello stile di vita urbano, rappresentato da tempo come più ricco di stimoli per le relazioni personali e professionali. Letture, queste ultime, che si sono diffuse ampiamente sia tra gli italiani di città che tra quelli di campagna.  

Tuttavia, anche nei contesti ostili, ci sono giovani che restano, che sono tornati o che sono arrivati da altri luoghi o Paesi, e che consapevolmente scelgono di fermarsi e radicarsi. A fornire prove di questo movimento sono, innanzitutto, le ricerche place-based, che invertono lo sguardo e che adottano il punto di vista dei residenti. Invertire lo sguardo significa abbandonare la prospettiva urbano-centrica e così scorgere opportunità dove altrimenti si vedono solo vincoli: i luoghi demograficamente rarefatti come contesti in cui poter sperimentare un’alternativa alla congestione delle città, le case vuote come dimore per nuovi residenti, le piccole scuole come occasioni per sperimentare percorsi più attenti alla qualità delle relazioni educative, e così via. Adottare il punto di vista dei residenti vuol dire mettersi nei loro panni, percorrere gli spazi in cui vivono e vederne le caratteristiche materiali e immateriali, e le contraddizioni: le case abbandonate insieme ai balconi fioriti o le solitudini insieme alla solidarietà comunitaria. Significa, anche, raccogliere testimonianze e interrogare le scelte, comprendere i disagi e le aspirazioni. Con gli occhi di chi c’è si possono cogliere le imbastiture di speranze collettive di cambiamento dal basso che animano gruppi informali, associazioni, cooperative sociali e di comunità, a volte iniziative imprenditoriali e amministrazioni locali. 

Voglia di restare

Cosa ci dicono queste ricerche? Innanzitutto, che non sempre i giovani vogliono lasciare i paesi in cui vivono, neanche quelli del Sud. In particolare, la rilevazione su cui si basa il testo Voglia di restare e che ha coinvolto un campione rappresentativo di poco più di mille giovani 18-39enni, ha mostrato che circa la metà degli intervistati a livello nazionale ha intenzione di restare nell’area interna in cui vive, mentre una quota del 16% partirà per necessità, lasciando con dispiacere il paese. La quota dei primi – i restanti convinti – si abbassa di poco per i giovani del Sud (49%) e aumenta per quelli delle Isole (54%), mentre quella di chi parte per mancanza di alternative sale nel Sud e coincide con il valore nazionale nelle Isole.

In questi ultimi anni, altre ricerche hanno portato evidenze interessanti sulle aree interne del Sud,  adottando spesso approcci metodologici misti. Così sappiamo che i giovani interessati a restare – i restanti potenziali – sono soprattutto quelli che hanno già conseguito una laurea o sono all’università, che non hanno ancora un vincolo coniugale, una casa indipendente, dei figli, che non hanno un lavoro. Nei loro racconti emerge il conflitto tra il legame con il paese, l’apprezzamento per i ritmi di vita più lenti rispetto a quelli urbani, la sicurezza delle relazioni familiari, per un verso, e la spinta (personale e sociale) a cercare altrove un’occupazione, un’opportunità di realizzazione professionale e condizioni di vita più soddisfacenti, per altro verso. Per loro il bivio restare/partire può determinare una sorta di frattura biografica: non si tagliano i rapporti con chi resta, ma la vita fuori dal paese deve adattarsi e rispondere a criteri altri, se si parte si cambia.

Quanti sono impegnati nella definizione di una progettualità personale o familiare di permanenza danno una valutazione positiva della qualità della vita nei paesi, del legame con la comunità, delle relazioni con gli altri residenti – poche semmai, ma significative. Nei confini del loro paese e spesso in quelli limitrofi, riconoscono parentele, amicizie, conoscenze tacite, contenuti simbolici che si sono stratificati nel passaggio tra generazioni. Sono giovani che si muovono, fanno esperienza della vita altrove, scelgono di tornare, come dice Antonella, che vive in un paese calabrese: «Rimango qui non perché sono sempre rimasta qui e non conosco il resto. (…) Io preferisco restare qui perché sto bene nel mio territorio e non avverto la necessità di spostarmi in un altro luogo». In generale, però, diverse ricerche evidenziano che le giovani donne fanno più fatica a definire scelte di permanenza rispetto ai loro coetanei, e su di loro pesano particolarmente le ostilità dei contesti già richiamate e, probabilmente, gli stereotipi di genere che tendono a deprimere le competenze lavorative e sociali delle donne. Anche per questo motivo, la loro narrazione della vita nei luoghi interni è fondamentale per definire le azioni necessarie a garantire pari opportunità di restare a uomini e donne.

Una parte non minoritaria dei giovani è sensibile verso alcuni elementi del capitale territoriale: le risorse naturali e ambientali e il milieu relazionale, soprattutto. Riconoscono, tuttavia, che le caratteristiche geomorfologiche dei territori in cui vivono richiedono interventi di difesa e cura. Non sono ingenui bucolici. I giovani presenti nei paesi sono perlopiù interessati e attivi verso ciò che succede nella dimensione locale: sentirsi parte incoraggia il prendere parte. Emergono forme di autoimprenditorialità e di impegno civico e politico in cui la significazione della vita nel paese si sposa con aspirazioni individuali e collettive, a volte maturate nel tempo e dopo una rilettura critica del modello urbano.

Non è raro che il ritorno diventi restanza, che assuma il significato di uno stare in movimento, per la trasformazione del contesto, nel senso della rigenerazione sociale, civile ed economica dei luoghi. In questa direzione vanno i risultati di alcuni studi sulle donne imprenditrici agricole e va l’impegno di tanti giovani (e non solo) nell’organizzazione di una pluralità di festival ed eventi, la cui preparazione richiede mesi, e che sono innanzitutto occasioni partecipative endogene, o il loro coinvolgimento in associazioni che promuovono la leadership giovanile, in iniziative per contrastare lo spopolamento, nei servizi per richiedenti asilo, rifugiati, minori stranieri non accompagnati, e in quelli per la seconda accoglienza, attraverso modelli sostenibili e diffusi. Esperienze partecipative o lavorative che diventano anche pratiche di resistenza alle narrazioni stereotipate, allo spopolamento come destino, all’idea che esiste una sola via possibile per lo sviluppo.

Le aree interne non possono fare a meno di questi giovani. Loro non possono farcela da soli. Le motivazioni personali devono essere accompagnate da nuovi quadri interpretativi e da interventi mirati. I primi servono a legittimare l’opzione di restare e a riconoscere che la marginalizzazione dei territori è frutto di scelte (o di non scelte) politiche, non è un destino inevitabile. Pertanto, deve essere contrastata a più livelli riducendo il deficit nel campo dei servizi e creando le condizioni per far emergere e sostenere le visioni di futuro dei (giovani) residenti. Gli interventi, dunque, devono definirsi dando protagonismo e potere ai giovani (uomini e donne), devono essere su misura e rispettosi dei bisogni e delle aspirazioni collettive che nei luoghi si definiscono.

Per saperne di più
Domenico Cersosimo e Sabina Licursi, Lento pede. Vivere nell’Italia estrema, Donzelli, 2023.

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