Sul confine del margine
Ripartire dal capitale sociale

Scrivere un rapporto sul Mezzogiorno imperniato sul dato dell’esperienza più che su quello statistico, più sui prototipi mentali che sulla procedura, potrebbe essere utile anche oggi per mettersi in mezzo alle due grandi questioni che hanno alimentato il divenire del paese. Assumendo il paradigma della coesione sociale quale collante di identità collettive e territoriali in divenire, si capirebbe che a Nord il diamante del lavoro, del produrre per competere e della coesione era stressato dal trattino coesione-competizione. Al Centro, nell’Italia dei distretti proliferanti si andava alla ricerca dell’intimità dei nessi (Becattini) tra virtù civiche e economia. A Sud si dava voce e racconto ai processi di generazione di capitale sociale, prima dei processi economici. Assumendo il territorio come luogo della ricerca sociale, ove si ridefiniscono i percorsi di soggettivAzione, dove si fa ricerca tiepida per capire l’impatto dei flussi nel locale e nella composizione sociale, mi pareva di dare un significato all’etichetta di territorialista, ovvero colui che assume il territorio come soggetto vivente (Magnaghi).
Solo partendo da quel vivente che si fa soggetto mi pare utile cercare di rispondere a quella che credo essere la questione vera con la quale misurarsi oggi: il venire avanti, anche da Sud, dell’inverno demografico, della denatalità, dell’esodo, della nuova diaspora che con la livella dei numeri ci dice configurarsi come questione che morde tanto a Sud quanto a Nord, passando per il Centro, mangiando ed erodendo la coesione sociale nella crisi delle forme di convivenza, della riproduzione delle forme della vita quotidiana e del capitale sociale. Questa volta la livella dei numeri ci dice che si è interrotto quel pendolo omeopatico braudeliano città ricca/campagna florida e viceversa, dove in mezzo avevamo messo nella modernità il welfare come conquista per andare oltre le differenze territoriali tra l’osso e la polpa dello sviluppo. Per capire mi pare utile scomporre e ricomporre le categorie di lettura che ho imparato a Sud: esodo – migrazioni – diaspora – che sono cambiate nel salto d’epoca in cui si vota con i piedi (scegliendo l’exit) e si prende voce nell’andare verso un non ancora incerto e selettivo.
Non è più l’esodo del cafone che diventa operaio massa, non è più l’esercito industriale di riserva da Sud e non serve metterci i numeri degli universitari come nuovo bacino terziario di riserva, o la questione migranti. Abbiamo capito che i temi sociali non si risolvono con alchimie geografiche tra il vuoto e il pieno e che occorre scomporre e ricomporre parole magiche di speranza come “restanza” e “ritornanza” passando da De Martino a Vito Teti. Sono cambiati i flussi e sono cambiati i luoghi nel riprodurre il territorio come soggetto vivente nell’epoca del capitalismo delle reti, dei poteri della tecno-finanza, del capitalismo politico guardando in alto, mentre in basso arrivano pandemia, crisi climatica e guerre nell’Europa del burro e in quella dell’olio, mentre l’Unione Europea non è più quella delle risorse per lo sviluppo locale. Difficile trovare un altrove di “disperanza” (Marco Rossi-Doria) nel non ancora del labirinto delle paure.
Abbiamo capito che i temi sociali non si risolvono con alchimie geografiche tra il vuoto e il pieno.
Mi ritrovo a scrivere di un terzo racconto per un rapporto sul Mezzogiorno “senza numeri”, che scava nelle tante differenze sociali per mettersi in mezzo per cambiare. Ripartendo, ancora una volta, dal capitale sociale e dalla sua capacitazione dove molto dipenderà, nel venire avanti dell’economia sociale senza trattino con l’eterno ritorno dell’economia prima del sociale, dalla metamorfosi della nebulosa del Terzo settore e dal suo auspicabile diventare un terzo racconto.
Dalla capacità di diventare capitale simbolico di una programmazione dal basso che attraverso una prassi istituente abbia la forza di farsi istituzione di comunità, ossimoro da territorio soggetto vivente nelle piattaforme territoriali che interroga la politica e la crisi del welfare. Facendo carovana, alimentando il capitale relazionale che nell’attraversamento del deserto realizza progetti e oasi per trovare datteri ed acqua, reddito e senso per tenere assieme coscienza di classe e coscienza di luogo nell’esodo fatto anche di restanza e ritornanza. Non ho una terra promessa da indicare, ma rimango convinto nel cercare di attraversare, per cambiare, la terra permessa. Da Sud ci indicano nella disperanza un sincretismo possibile di capacitazione, di produzione di un nuovo capitale semantico interrogandoci sull’esodo e sulla glaciazione demografica che, speriamo, si sciolga nell’attraversamento del deserto, e dando una speranza ripartendo da quel luogo, la scuola, dove la grammatica diventa linguaggio con i bambini.
Speriamo sia utile questo rapporto “con” il Sud e non “sul” Sud. Da questo capitale sociale che si fa capitale semantico del sociale interrogante l’economico, ho imparato che la scienza triste dell’economia da sola non bastava allora, ai tempi dell’esodo da Sud verso Nord, e non basta oggi nel salto d’epoca degli esodi, delle migrazioni e del deserto demografico da attraversare. Come nota Francesco Saraceno ne La scienza inutile, a proposito di un’economia che dimentica la propria storia, servono umiltà e memoria prima ancora dei modelli.
Certo, ci sono oasi di incontro, di restanza e di ri-abitare. Eterotopie tenute assieme da filamenti economici che ancora non fanno carovana. La razionalità economica non basta più: anche quando si fa retorica feroce di forza lavoro per i migranti, o quando induce la ricerca di un altrove per le forme di convivenza in fantasmi di welfare e allegorie di eccellenze che svelano il deserto dell’attraversare le economie fondamentali del vivere e dell’abitare, il territorio soggetto vivente e sofferente di un altro racconto sociale. È un esodo senza terra promessa.
Ho imparato dal Sud che teorizzo, allora, prima il sociale e poi l’economico, praticando una programmazione orizzontale e dal basso, altra dalla verticalità dei flussi. Rovesciamento che ha alimentato oasi e una rete di intelletto collettivo sociale di un terzo racconto per un sociale interrogante e non subalterno. Da qui, partendo da Sud e con il Sud: perché non fare di questo rapporto un trattino che si mette in mezzo, con la presunzione di essere istituzione delle comunità, convocando una conferenza di riflessione e pungolo sui temi dell’esodo per demografia e migrazioni, che hanno nel Mediterraneo lo spazio dell’esodo e dell’attraversamento?
