Oltre il nomadismo digitale
Lavoro, tecnologie e nuove geografie dell’abitare: le prospettive per le aree interne

Una nuova geografia del lavoro
Le tecnologie digitali stanno modificando in profondità il rapporto tra lavoro, impresa e territorio. La diffusione dello smart working, accelerata dalla pandemia, ha reciso il vincolo che per oltre due secoli ha imposto ai lavoratori di vivere vicino alla sede produttiva, dal quale sono derivati i grandi processi migratori dell’ultimo secolo. Una quota crescente di attività può oggi essere svolta altrove: da casa, da uno spazio di coworking o da un piccolo centro lontano dai principali poli economici.
Per le aree interne, a lungo penalizzate dalla distanza dalle imprese e dai mercati del lavoro più dinamici, questa trasformazione apre uno scenario inedito. Lo sviluppo demografico non dipende più soltanto dalla presenza locale di fabbriche, uffici o grandi amministrazioni, ma anche dalla capacità dei territori di attrarre persone che lavorano per organizzazioni collocate altrove.
Durante la pandemia il fenomeno del South Working ha reso visibile questa possibilità: circa 45.000 persone hanno lavorato dal Sud pur mantenendo il proprio rapporto di lavoro con un datore collocato altrove. Nello stesso periodo, piccoli comuni e aree rurali hanno attirato residenti temporanei o di ritorno, interessati a spazi più ampi, costi abitativi inferiori e migliore qualità della vita.
Non si tratta soltanto di un cambiamento organizzativo. La possibilità di scegliere il luogo in cui vivere rimette il lavoratore al centro delle dinamiche territoriali e impone di riconsiderare il modello urbano-centrico che ha concentrato opportunità, popolazione e servizi nelle grandi città.
La diseguale diffusione dello smart working
Il lavoro da remoto non è scomparso con la fine dell’emergenza sanitaria. Nel 2025 gli smart worker in Italia sono circa 3,575 milioni e il bacino potenziale è stimato in 6,5 milioni: il 21% di chi oggi non lavora a distanza ritiene infatti di poter svolgere fuori sede almeno metà delle proprie attività. Anche le scelte abitative segnalano un possibile effetto territoriale: già nel 2023 il 44% dei lavoratori da remoto aveva operato almeno occasionalmente da luoghi diversi dalla propria abitazione e il 14% aveva cambiato casa, o intendeva farlo, privilegiando periferie e città di minori dimensioni.
Il potenziale di questa trasformazione resta tuttavia distribuito in modo diseguale.
Lo smart working è presente nel 95% delle grandi imprese, nel 67% delle pubbliche amministrazioni e nel 45% delle piccole e medie imprese. Esso si concentra nei servizi dell’informazione e della comunicazione, nella finanza e nelle attività professionali, mentre è molto meno praticato nei settori dove resta essenziale la presenza fisica, la manualità o il rapporto diretto con il pubblico. Nelle aree interne, il 62,2% delle attività non è eseguibile da remoto, contro il 58,8% delle attività che si svolgono nei centri.
Anche sul piano geografico la distribuzione dello smart working resta squilibrata: il lavoro a distanza è più diffuso nel Nord e nel Centro e raggiunge i livelli più elevati nelle grandi città, dove si concentrano funzioni terziarie avanzate e amministrative.
Infine, i dati sulla diffusione del lavoro da remoto indicano che, una volta terminata l’emergenza pandemica, il modello più promettente appare quello “ibrido”, che alterna il lavoro a distanza con periodici momenti in presenza. Questo schema produce immediate conseguenze sulle potenzialità dei territori di attrarre nuovi abitanti e sottolinea le differenze che attraversano le aree interne tra loro. Le opportunità di un paese che trova a una distanza ragionevole da un grande centro urbano sono diverse da quella dei luoghi più remoti che rendono difficile raggiungere la città in poche ore, oppure, ancora da quelli che sono prossimi a centri urbani privi di un mercato del lavoro vivace. Non è un caso che lo smart working ibrido abbia avvantaggiato le aree interne dell’arco alpino a scapito di quelle appenniniche.
La tecnologia può ridurre la distanza dal posto di lavoro, ma non cancella automaticamente i divari territoriali.
L’importanza dell’infrastruttura di cittadinanza
Per trasformare il lavoro da remoto in una leva di ripopolamento non basta, tuttavia, garantire una buona connessione. L’accessibilità tecnologica è una condizione necessaria, ma non sufficiente. Essa deve inserirsi in un ecosistema capace di rendere desiderabile e sostenibile la vita nei territori.
Servono, dunque, infrastrutture di mobilità, scuola, sanità, servizi di cura, opportunità culturali e ricreative e molto altro: servono, in altre parole le “infrastrutture di cittadinanza”. In assenza di questo contorno, molte delle misure sinora messe in campo, come le politiche delle “case a un euro” proposte in diversi comuni o la riduzione del costo del lavoro attraverso la decontribuzione (si pensi all’art. 26 delle l. n. 131/2025, c.d. “legge montagna”) rischiano di incentivare solo presenze brevi, senza incidere sulla traiettoria demografica.
Un ruolo importante è poi quello che può essere svolto dagli spazi di coworking (in Italia se ne contano circa 800). Se integrati con biblioteche, centri culturali, servizi formativi e luoghi collettivi, questi spazi possono diventare vere e proprie infrastrutture sociali: contrastano l’isolamento professionale, favoriscono lo scambio di competenze e mettono in relazione nuovi abitanti e comunità locali. Il coworking può inoltre compensare alcuni limiti del lavoro prestato nel contesto domestico, offrendo ambienti salubri, attrezzati e condivisi a chi non dispone in casa di spazi adeguati, con effetti positivi soprattutto sul lavoro delle donne. Le recenti legislazioni regionali volte a favorire lo smart working si rifanno, non a caso, a strategie più ampie di rigenerazione urbana e coesione sociale: vanno in questa direzione le recenti leggi regionali adottate da Basilicata[1], Toscana[2] e Sicilia[3] e le proposte di legge in esame in Lazio, Molise e Calabria.
[1] L.R. Basilicata 19 febbraio 2025, n. 15 “Misure di sostegno e incentivi alle imprese che attivano il lavoro agile o smart working della Regione Basilicata”.
[2] L.R. Toscana 4 febbraio 2025, n. 11, “Valorizzazione della Toscana Diffusa”.
[3] L.R. Sicilia 5 gennaio 2026, n. 1, art. 3, “Incentivi a sostegno del lavoro agile – South Working”.
Dal nomadismo all’abitabilità
Il nomadismo digitale può portare competenze, consumi e nuove relazioni nei piccoli centri, ma la semplice presenza di lavoratori temporanei non equivale a reali occasioni di rilancio per i territori fragili. Un soggiorno breve può limitarsi, infatti, al consumo del paesaggio e dei servizi, senza generare legami con la comunità. L’impatto delle nuove forme di lavoro sulle dinamiche demografiche di un territorio dipende, invece, dalla capacità dei luoghi di trasformare mobilità e attrazione in stanzialità, partecipazione e scambi durevoli.
Le tecnologie digitali possono riaprire possibilità che sembravano chiuse: permettendo di separare il luogo del lavoro dalla sede dell’impresa, le nuove modalità della prestazione di lavoro ampliano la libertà di scelta e rendono plausibili percorsi di ritorno o di nuovo insediamento. Tuttavia, il loro potenziale di rigenerazione demografica si realizza solo quando (e se) innovazione organizzativa, infrastrutture digitali e diritti di cittadinanza avanzano insieme. Il ripopolamento delle aree interne non sarà un effetto automatico dello smart working, ma il risultato di politiche integrate capaci di trasformare una connessione in una comunità e una presenza temporanea in un progetto di vita. La misura del successo non dipenderà dunque dal numero degli arrivi, ma dalla durata della permanenza e dalla qualità dell’integrazione. Il vero obiettivo non è richiamare genericamente persone nei borghi, ma costruire condizioni per abitare, lavorare e contribuire alla vita collettiva: garantire, in sintesi, l’abitabilità di luoghi a lungo depauperati dalle infrastrutture fondamentali di cittadinanza.
Per saperne di più
L. Corazza, L. Di Salvatore, F. Tantillo e R. Zucaro (a cura di), Smart working, tempi di vita e del lavoro e riequilibrio demografico dei territori, Fondazione Giacomo Brodolini, 2024 [https://www.fondazionebrodolini.it/sites/default/files/pubblicazioni/file/Q66.pdf]
Istat, Smart working: da necessità a nuovo stile di vita, 2023 [https://www.istat.it/wp-content/uploads/2026/02/Lavoro-da-remoto_DEF.pdf]
