Dalla ripresa allo sviluppo

Il diritto a restare come questione europea

A cura di SVIMEZ
Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno
© Alessandro Torri, Emu u mari a manciari i pullanchi
© Alessandro Torri, Emu u mari a manciari i pullanchi

Il diritto a restare sta assumendo un ruolo sempre più centrale nel dibattito europeo sulle disuguaglianze territoriali. Se la libertà di movimento costituisce uno dei fondamenti dell’integrazione europea, essa rischia infatti di essere incompleta quando spostarsi non rappresenta una scelta, ma la conseguenza della mancanza di opportunità nei territori di origine. Il diritto a restare non significa limitare la mobilità, ma creare le condizioni affinché partire o restare siano alternative realmente disponibili.

La questione assume un significato particolare alla luce della recente crescita del Mezzogiorno. Negli ultimi anni le regioni meridionali hanno mostrato una capacità di ripresa economica e occupazionale superiore a quella osservata in molte precedenti fasi cicliche, contribuendo in misura significativa alla crescita dell’occupazione nazionale. A sostenere questa dinamica hanno concorso le politiche pubbliche: il rafforzamento della pubblica amministrazione, gli incentivi agli investimenti, la ripresa delle costruzioni e soprattutto l’avvio degli interventi finanziati dal PNRR hanno alimentato la domanda di lavoro e rimesso in movimento settori produttivi e professionali. La recente esperienza dimostra quindi che le politiche possono incidere sulle traiettorie di sviluppo del Sud, interrompendo temporaneamente la tendenza alla divergenza che ha caratterizzato una lunga fase della storia economica italiana.

Proprio questa ripresa rende però ancora più evidente il principale paradosso del Mezzogiorno contemporaneo. La crescita economica e l’aumento dell’occupazione degli ultimi anni hanno leggermente rallentato l’emigrazione dei giovani con livelli di istruzione più elevati ma senza intaccarlo strutturalmente. La maggiore capacità di creare lavoro non si è dunque tradotta automaticamente in una maggiore capacità dei territori di trattenere le nuove generazioni. È il segnale che il problema meridionale non può più essere letto esclusivamente attraverso la quantità di occupazione prodotta: conta soprattutto la qualità delle opportunità disponibili. Una parte importante della nuova occupazione continua infatti a concentrarsi in attività caratterizzate da bassa produttività, stagionalità, retribuzioni contenute e scarse possibilità di valorizzazione delle competenze. Accanto a questi settori emergono segnali più promettenti nelle attività innovative e nella pubblica amministrazione, dove la domanda di giovani qualificati è cresciuta anche grazie alle filiere attivate dagli investimenti pubblici. Si tratta di indicazioni importanti perché mostrano che un diverso modello di crescita è possibile, ma ancora non sufficientemente diffuso. Il problema, dunque, non è semplicemente creare più posti di lavoro, ma costruire un sistema produttivo capace di offrire ai giovani autonomia, prospettive professionali, mobilità sociale e riconoscimento delle competenze.

In questa prospettiva la questione salariale diventa decisiva. Il Mezzogiorno continua a essere penalizzato da retribuzioni più basse, maggiore diffusione del lavoro povero e più deboli prospettive di crescita professionale. A ciò si aggiunge l’erosione del potere d’acquisto che ha interessato negli ultimi anni i lavoratori e le famiglie, accentuando difficoltà strutturali. Le criticità risultano particolarmente evidenti per i giovani qualificati e per le donne. Quando il rendimento economico e professionale dell’investimento in istruzione è sensibilmente maggiore altrove, la mobilità diventa una scelta razionale. Contrastare la perdita di capitale umano richiede perciò di intervenire non solo sull’occupazione, ma anche sui salari e sulla qualità del lavoro.

Da qui deriva la necessità di una nuova generazione di politiche pubbliche orientate alla valorizzazione dei talenti. Occorre innanzitutto ridurre le migrazioni che iniziano già nella fase degli studi, rafforzando l’attrattività delle università meridionali, le misure per il diritto allo studio e i percorsi terziari professionalizzanti. Ma soprattutto bisogna rendere più conveniente per i giovani qualificati iniziare il proprio percorso professionale nel Mezzogiorno. Incentivi mirati alle assunzioni e al reddito dei giovani laureati potrebbero contribuire a contrastare quella “trappola dei talenti” che tende a riprodurre e amplificare i divari: i territori più dinamici attraggono capitale umano, mentre quelli più fragili perdono popolazione, competenze e capacità produttiva.

La recente crescita del Sud rafforza, anziché indebolire, questa esigenza. Dimostra che il Mezzogiorno non è condannato a una dinamica strutturalmente più debole, ma anche che una fase favorevole del ciclo economico non basta a modificare gli squilibri di lungo periodo. La ripresa va trasformata in sviluppo strutturale, evitando che gli effetti degli investimenti pubblici e del PNRR si esauriscano con il venir meno degli impulsi straordinari. Servono continuità delle politiche, capacità amministrativa, investimenti produttivi e una strategia capace di rafforzare in modo permanente la qualità della domanda di lavoro.

Il diritto a restare chiama direttamente in causa anche il futuro della politica di coesione. La crescente attenzione dell’Unione europea alla competitività, all’innovazione e alla politica industriale non dovrebbe tradursi in una concentrazione degli investimenti esclusivamente nei territori già più forti. Competitività e coesione non sono obiettivi alternativi. Al contrario, una strategia europea di lungo periodo deve essere capace di valorizzare anche il potenziale produttivo delle regioni in ritardo di sviluppo, evitando che le nuove trasformazioni tecnologiche ed energetiche accentuino le divergenze territoriali.

Un’altra componente essenziale riguarda il modo in cui vengono pensate le politiche territoriali. La tradizionale contrapposizione tra grandi città, considerate motori della crescita, e aree interne, destinatarie di interventi compensativi, non restituisce pienamente la geografia economica e sociale italiana. In mezzo a questi due estremi esiste una rete di città medie che può svolgere un ruolo decisivo nell’organizzazione dei mercati del lavoro, nell’offerta di servizi e nella connessione con i territori circostanti. Nel Mezzogiorno, in particolare, esse possono rappresentare l’infrastruttura territoriale attraverso cui ricostruire relazioni economiche e sociali tra centri urbani e aree interne.

Competitività e coesione non sono obiettivi alternativi.

Le politiche per le aree interne dovrebbero quindi superare una logica prevalentemente compensativa e concentrarsi maggiormente sulle relazioni funzionali tra territori. Garantire servizi essenziali resta indispensabile, ma non basta a modificare le traiettorie demografiche ed economiche. Occorre rafforzare i collegamenti con le città medie, organizzare i servizi in una dimensione di area vasta e costruire sistemi territoriali nei quali opportunità di lavoro, istruzione, sanità e mobilità siano accessibili anche a chi vive lontano dai grandi poli urbani. Le città medie possono così diventare nodi di una rete capace di tenere insieme crescita e accessibilità ai servizi, competitività e coesione.

Il diritto a restare non è una rivendicazione identitaria né l’idea di trattenere le persone nei territori di origine, ma una questione di libertà sostanziale. Significa fare in modo che il luogo in cui si nasce non determini le opportunità di studio, di lavoro, di cura e di partecipazione.
Per il Mezzogiorno la sfida consiste nel consolidare i risultati della recente fase di crescita e trasformarli in un processo di sviluppo duraturo, facendo dell’università, delle infrastrutture sociali, della transizione energetica, delle città medie e della politica industriale gli strumenti di una strategia unitaria.

In questa prospettiva, la questione meridionale torna a essere una questione europea. La recente crescita del Sud, cresciuto più della media italiana negli ultimi anni con un tasso di crescita cumulato del 9,5%, mostra che i divari territoriali non sono immutabili e che l’azione pubblica può contribuire a modificarne le traiettorie. Ma mostra anche che crescita e occupazione, da sole, non bastano se non cambiano la qualità del lavoro, i servizi e le prospettive offerte alle nuove generazioni. Il futuro della competitività dell’Unione dipenderà anche dalla capacità di evitare che le transizioni in corso producano nuovi squilibri territoriali. Senza coesione, la libertà di movimento continuerà infatti a coincidere, per molti giovani, con la necessità di partire. Rendere possibile il diritto a restare significa invece trasformare la mobilità in una scelta e fare dei territori oggi più fragili una componente attiva della crescita italiana ed europea.

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