Dal rammendo al valore aggiunto

Le cooperative di comunità come infrastruttura generativa del Sud

di Paolo Venturi
Direttore AICCON Research Centre, Università di Bologna
© Giovanni Virruso, Il testimone dietro le quinte
© Giovanni Virruso, Il testimone dietro le quinte

Il valore del Sud

C’è una domanda che attraversa il dibattito sullo sviluppo del Mezzogiorno e che la Fondazione Con il Sud ha il merito di porre con chiarezza: il Sud produce valore, o si limita ad arginare il degrado? La differenza non è retorica. Riguarda la postura strategica con cui si interpretano le energie sociali presenti nei territori e, di conseguenza, le politiche che si scelgono di sostenere. Uscire dalla logica del rammendo, quella che chiede alle comunità di riparare ciò che si rompe, di tamponare l’emorragia demografica, di supplire alle carenze dello Stato, per entrare in una logica di valore aggiunto significa riconoscere che certi soggetti non sono strumenti compensativi ma istituzioni generative di nuova generazione. Le cooperative di comunità incorporano, nella loro stessa forma organizzativa, una risposta strutturale a tre fallimenti simultanei: quello del mercato, che non produce beni collettivi nei territori marginali; quello dello Stato, che non riesce a personalizzare il welfare sulle specificità locali; quello della comunità tradizionale, che sa generare coesione ma non sempre riesce a darsi forma economica.

Un’istituzione che nasce da un paradigma nuovo

La mappatura nazionale condotta da AICCON nel report Economie di Luogo (Venturi et al., 2025) fotografa un ecosistema in crescita che conta 321 realtà censite su tutto il territorio nazionale, con presenze rilevanti e in accelerazione anche nel Mezzogiorno. La distribuzione temporale mostra una crescita costante: circa un terzo delle cooperative è stato costituito prima del 2017, un terzo tra il 2018 e il 2020, e il 35%, la quota più alta, è nato tra il 2021 e il 2023, favorito dalla crescente attenzione delle associazioni di rappresentanza e dagli strumenti del PNRR. La ragione di questo fermento è strutturale, non congiunturale.

Le cooperative di comunità non nascono come semplici società mutualistiche di servizi, il modello che aggrega soci per condividere risorse e abbattere costi individuali, ma come soggetti che condividono fini prima ancora che mezzi. È un atto di worldmaking: non si rappresenta una domanda esistente, si genera una nuova offerta di significato collettivo, radicata nel luogo e governata democraticamente.

I dati sui meccanismi generativi smontano la narrativa del puro bisogno. Il 29% delle cooperative è nato in risposta a forme di vulnerabilità economica e territoriale, il 22% grazie a gruppi di cittadini motivati, il 16% valorizzando risorse dormienti già presenti nel contesto, il 13% attraverso il rapporto con la Pubblica Amministrazione (Venturi et al., 2025). Non si risponde solo al bisogno: si attivano potenzialità. Il processo di nascita segue quasi sempre tre fasi. Prima: una crisi o una latenza, la chiusura di un servizio, l’abbandono di un bene culturale, la rarefazione di opportunità. Seconda: un processo di coprogettazione che aggrega persone, associazioni locali, spesso il Comune, talvolta un’impresa privata. Terza: la scelta della forma cooperativa come strumento capace di tenere insieme democraticità, imprenditorialità e radicamento locale. Sul piano organizzativo, le cooperative presentano una media di 45,2 soci per organizzazione, 7 occupati e 6 volontari, con una compresenza rivelatrice di ruoli: il 26% soci volontari, il 24% soci lavoratori, il 22% soci utenti, il 15% soci sovventori. Non un’impresa con stakeholder, ma una comunità che si dà forma d’impresa.

Il ruolo dei Comuni: infrastruttura di fiducia

Il ruolo dell’amministrazione comunale nel ciclo di vita delle cooperative di comunità è cruciale: gli enti pubblici, in particolare i Comuni, sono il primo soggetto di collaborazione (18% delle relazioni di rete), seguiti dalle associazioni (16%) e dai cittadini (15%). Il rapporto si struttura attraverso coprogettazione, accesso a bandi, gestione di spazi pubblici, convenzioni per servizi sociali e animazione territoriale. Ma le cooperative segnalano anche una criticità ricorrente: l’instabilità del rapporto con l’ente pubblico, spesso legata a incertezze politiche o alla temporaneità degli strumenti amministrativi, che rende difficile la continuità progettuale e impedisce investimenti strutturali. Specialmente al Sud, dove la fragilità istituzionale si somma a quella demografica ed economica, il Comune non può essere un semplice committente: deve essere l’infrastruttura di fiducia su cui la cooperativa cresce, mettendo a disposizione spazi, favorendo convenzioni pluriennali, garantendo una domanda pubblica iniziale che consenta alla cooperativa di raggiungere la propria soglia di sostenibilità. Il sindaco che comprende questa distinzione non gestisce un servizio in outsourcing: coproduce un bene comune.

Casi che sono prove di fattibilità

Il settore culturale e turistico è quello in cui le cooperative di comunità al Sud esprimono con maggiore intensità il loro potenziale generativo. La Comunità Cooperativa Melpignano, in provincia di Lecce, gestisce il Parco della Pace in un comune di poco più di 2.000 abitanti nel cuore del Salento, integrando valorizzazione del patrimonio, servizi alla comunità e attrattività turistica sostenibile. SiAmo Accettura, in provincia di Matera, ha trasformato un’ex colonia montana in presidio culturale e turistico, restituendo centralità a un luogo che rischiava l’abbandono definitivo. TerrAmea a Carovilli, in Molise, opera sull’ex carcere e sull’ex magazzino ferroviario del paese, due beni pubblici dismessi restituiti alla comunità come luoghi di produzione culturale e sviluppo locale, attraverso convenzione con la PA. Non eccezioni virtuose: prove di fattibilità di un modello. Il 30% delle cooperative censite gestisce almeno un bene culturale, prevalentemente nelle aree interne, in luoghi rigenerati, ex conventi, edifici religiosi, palazzi pubblici, parchi, che diventano dispositivi di coesione territoriale. Nessuna risulta proprietaria del bene: tutte operano attraverso accordi con enti pubblici o privati, il 50% tramite convenzione, il 36% in comodato d’uso gratuito. Non una privatizzazione: la cooperativa funge da ponte tra l’ente pubblico e la cittadinanza, agendo in qualità di rappresentante della comunità stessa.

Cosa generano: tre dimensioni di impatto

Guardare agli impatti delle cooperative di comunità significa abbandonare i criteri valutativi tradizionali, scala, replicabilità, crescita dimensionale, e adottare quelli propri di chi agisce per trasformare un intero sistema di vita locale. Sul piano economico, le cooperative generano occupazione stabile di prossimità in contesti dove il lavoro è spesso assente o stagionale: sette occupati medi per realtà possono sembrare pochi, ma in un comune di 1.500 abitanti nelle aree interne del Mezzogiorno rappresentano una massa critica. Il 45% dello scambio commerciale avviene con cittadini privati: è la comunità, prima ancora della PA, il principale interlocutore economico, il che produce circuiti economici radicati e resilienti. Sul piano sociale, rafforzano la coesione, producono inclusione e ri-significano il senso di appartenenza: nel 25% dei casi la comunità viene coinvolta direttamente per coprogettare attività e servizi, e partecipa ai processi decisionali anche al di là dei soci formali. Sul piano culturale e ambientale, rigenerano patrimoni materiali e immateriali altrimenti condannati all’abbandono, gestendo risorse naturali con una logica di sostenibilità integrale che tiene insieme le dimensioni economica, sociale, ambientale e antropologica dello sviluppo. Il Sud non ha bisogno di più rammendo, ha bisogno di riconoscere che, dove una comunità si fa impresa condividendo non solo i mezzi ma i fini, lì si sta costruendo qualcosa che vale. Qualcosa che non replica un modello ma genera un luogo, nel senso più denso del termine: uno spazio economico, relazionale e di significato in cui il valore aggiunto non si misura solo nel conto economico ma nella capacità di tenere insieme, anno dopo anno, le persone con il proprio territorio. Qualcosa che resta.

Per sapere di più
L. De Benedictis, S. Miccolis, P. Venturi e S. Zamagni, La prospettiva civile dell’impatto sociale, AICCON position paper, 2023.
P. Venturi et al., Economie di Luogo: fotografia e dimensioni qualitative delle cooperative di comunità, AICCON Research Center, 2025.
P. Venturi, F. Zandonai, Neomutualismo. Ridisegnare dal basso competitività e welfare, Egea, 2022.
P. Venturi, F. Zandonai, Dove: la dimensione di luogo che ricompone impresa e società, Egea, 2019.

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