Il sociale prima dell’economico

Non uno slogan, ma una strategia di sviluppo

di Carlo Borgomeo
Presidente di Fondazione Con il Sud dal 2009 al 2023
© Bianca Floriana, Poseidon (particolare)
© Bianca Floriana, Poseidon (particolare)

Mezzogiorno: che cosa non ha funzionato

Negli ultimi quattro anni il tradizionale confronto tra l’andamento del Pil del Sud e del Centro-Nord mostra, in un quadro di crescita molto contenuta del Pil a livello nazionale, un certo recupero del Mezzogiorno. Questa circostanza è determinata dall’impatto delle risorse del Pnrr, la cui incidenza è relativamente più significativa sul sistema economico meridionale.

Guardando, invece, complessivamente ai 75 anni trascorsi dal 1950, anno in cui la costituzione della Cassa per il Mezzogiorno segnò l’inizio del cosiddetto intervento straordinario, il giudizio non può che essere fortemente negativo. L’azzeramento del divario del Pil, o almeno il suo forte ridimensionamento, era l’obiettivo esplicito assunto dalle istituzioni all’avvio delle politiche straordinarie.

Nel 1951, il Pil pro capite nel Sud era pari al 52,9% rispetto a quello del Centro Nord; a 75 anni di distanza non si è arrivati al 60%. Settacinque anni sono un periodo lungo, molto lungo. Perché in un periodo così lungo gli interventi straordinari e le politiche dedicate al Sud non hanno funzionato?  Le risposte che tradizionalmente si mettono in campo sono molto poco convincenti: l’egoismo del Nord, le classi dirigenti meridionali incompetenti e clientelari, la presenza delle mafie. Ed infine, si usa perfino un’argomentazione imbarazzante: la mentalità dei meridionali. Imbarazzante ed anche pericolosa. La verità è che dopo i primi anni della Cassa del Mezzogiorno, efficacemente impegnata nella realizzazione di importanti infrastrutture di base, gli interventi per il Sud sono stati ispirati ad un’errata cultura dello sviluppo e conseguentemente, caratterizzati da un pesante deficit di strategia politica: un’insufficiente attenzione alle dinamiche della domanda ed alle potenzialità dei soggetti locali. Questa impostazione ha trovato la sua massima concretizzazione nella grande industrializzazione di Stato, voluta e governata da Pasquale Saraceno con il consenso di tutte le forze politiche. L’intervento per il Sud si traduceva in un’offerta “potente” ed autoreferenziale, rispetto alla quale i meridionali, popolo ed istituzioni, non erano interlocutori attivi, ma semplici destinatari. Lo sviluppo si decideva altrove, al centro, e la rappresentanza dei territori era derubricata ad un ruolo di denunzia, di protesta, scambio e mediazione con il potere centrale. Una politica esclusivamente orientata all’obiettivo della crescita economica con una grave, continua, perentoria sottovalutazione del sociale, di fatto non considerato come indispensabile pre- condizione dello sviluppo, ma come di un ambito di cui occuparsi “dopo” aver garantito un sufficiente livello di crescita.

Il capitale sociale come condizione per lo sviluppo

Questo convincimento l’ho maturato in cinquanta anni in cui ho lavorato al Sud o mi sono occupato di Sud: come sindacalista, ricercatore, manager pubblico ed infine come presidente della Fondazione Con il Sud. E quest’ultima, bellissima esperienza di lavoro e di vita mi ha rafforzato in questa convinzione. I processi che mette in moto la Fondazione, i soggetti che accompagna, la domanda che intercetta non rappresentano solo un’importante risposta a bisogni spesso pressanti di soggetti fragili o il riconoscimento, spesso purtroppo solo parziale, di diritti negati. Costituiscono una leva indispensabile per lo sviluppo. Questo si vede chiaramente in tante straordinarie esperienze che ho avuto la fortuna di incrociare: nate da forti spinte alla solidarietà, dall’esigenza di includere ed accogliere, dall’indignazione per clamorose situazioni di iniquità, diventano da una parte  soggetti capaci di fare sviluppo e dare lavoro; dall’altro, formidabili promotori di dimensione comunitaria, di capitale sociale che ormai è da tutti riconosciuto come indispensabile condizione per lo sviluppo. Troppe le esperienze e le storie che certificano, in modo indiscutibile, questo giudizio. Impossibile citarle tutte, ingiusto citarne solo alcune. Ma sono tante quelle che hanno centinaia e centinaia di dipendenti regolarmente assunti; che ormai dialogano da partner e non più da meri strumenti operativi con le istituzioni; che rappresentano nei territori, spesso con la formula della Fondazione di Comunità, punti di riferimento per l’innovazione sociale, per la valorizzazione di beni e tradizioni culturali, per la promozione di diritti di cittadinanza. Cresce nel Terzo settore meridionale una nuova classe dirigente: l’ho scritto nel 2013 ed i fatti mi stanno dando ragione. Classe dirigente capace di donarsi ma anche di gestire organizzazioni e situazioni complesse, di interloquire in modo autorevole e finalmente autonomo con le istituzioni, di mostrare grande pazienza, ma anche una invincibile ostinazione. Finalmente un agente di cambiamento e non solo un soggetto di contenimento. Quando mi si dice che ho, al riguardo, una visione troppo ottimistica, invito gli interlocutori a misurare gli enormi progressi fatti in questa direzione dal Terzo settore, soprattutto al Sud. Accompagnare e, per certi versi, promuovere questo processo di crescita, è la grande missione della Fondazione Con il Sud, che ha nel suo Statuto un’affermazione, da questo punto di vista, inequivocabile: La Fondazione opera nella convinzione che la infrastrutturazione sociale è la premessa irrinunciabile dello sviluppo”. Questo serve davvero al Sud, come nel lontano 1950, proprio mentre nasceva la Cassa, affermava Giorgio Ceriani Sebregondi: Essendo confermato che la crisi che si rileva nell’area depressa è crisi generale del sistema sociale costituito, risulta un’illusione economicista, quella che induce a pensare di risolvere tale crisi rimanendo esclusivamente – o quasi – sul terreno economico e dei provvedimenti di natura economica.

Questo pensiero sullo sviluppo del Sud, a lungo minoritario, incomincia a prendere vigore, a configurarsi come una possibile, nuova strategia. Come ci ricorda De Rita, nel suo “Il lungo Mezzogiorno”, la questione meridionale ha avuto un’evoluzione che, negli anni, si è concretizzata in orientamenti culturali e politici molto diversi; orientamenti che De Rita definisce come “i tre racconti”. Il primo nasce con e nella scoperta della questione meridionale. Le inchieste sulla condizione di arretratezza del Sud, i contributi di analisi e di proposte di grandi pensatori come Sturzo, Gramsci, Salvemini, Dorso, Nitti, pongono al centro del dibattito civile e politico del Paese l’enorme divario Nord -Sud. Il primo racconto si esaurisce nel secondo dopoguerra e lascia il posto al secondo racconto: quello del massiccio intervento dello Stato in economia, quello della grande industrializzazione, quello del trasferimento di capitali e di modelli di sviluppo per ottenere un “rapido” superamento del divario. Il secondo racconto non ha dato i frutti sperati. Ed ora è il momento del Terzo racconto che fa premio sulla domanda, sul protagonismo dei territori, sul valore del policentrismo, sulla centralità del sociale. E non a caso, in quel testo, De Rita individua nella Fondazione Con il Sud un punto di riferimento di questo lavoro ostinato e “sotto traccia” per lo sviluppo. Capace di guardare “i fili d’erba” e di accompagnarli a crescere, a farli diventare grandi e rigogliose piante, destinate a durare perché radicate nel loro territorio.

Per saperne di più
C. Borgomeo, Sud, il capitale che serve, Vita e Pensiero, 2023.
G. De Rita, Il lungo Mezzogiorno, Laterza, 2020.

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