Il filo che non si spezza
Da Riesi a Erice, il racconto di chi continua a scegliere i territori, anche quando tutto sembra spingere ad andare via.
A Riesi, il cambio di rotta non lo decise un uomo solo. Cominciò con dei ragazzi — quelli dell’Arci La Casa della Musica — che avevano capito prima degli altri che un paese si tiene in piedi con i luoghi in cui ci si incontra, non con quelli in cui ci si chiude.
Gianluca Fiusco iniziò a lavorare dapprima da solo. E contro ogni speranza. Poi le persone arrivarono e, da lì, il filo cominciò a correre.
Al Villaggio Monte degli Ulivi, il luogo che Tullio Vinay aveva immaginato come segno e che gli anni avevano lasciato scivolare nel silenzio, tornarono le voci, i bambini, le mani al lavoro. Ma la cosa più viva accadde fuori dalle mura: il territorio smise di essere una parola nei documenti e diventò quello che è davvero — vie, slarghi, quartieri, gente sugli usci.
Nacquero i laboratori di rigenerazione e, dal LURT — Laboratorio Umano di Rigenerazione Territoriale — prese forma un esperimento che prese il nome di Casa Blu. Ci arrivarono bambini e bambine e, dietro di loro, le famiglie: che è il modo in cui un quartiere decide di fidarsi.
Poi Fiusco se n’è andato e, ora, ahinoi, il deserto avanza.
Le storie collettive sono anche storie di individui che, nel frattempo, hanno aperto la strada. Non è il tempo a disfare le cose costruite con fatica: è la mano di chi non sa cosa tiene tra le dita.
Il filo, però, non si è spezzato: si è semplicemente spostato, intrecciandosi altrove.
A Erice, con nuove attività, è nato il Laboratorio delle Utopie APS, per dire che l’utopia non è fuga, ma metodo. Non è il luogo irraggiungibile, ma quello non ancora raggiunto.
È lì che si è presentata l’occasione di un complesso confiscato alla criminalità organizzata, uno di quei beni che tornano alla gente dopo essere stati sottratti per anni alla collettività. Nei giorni precedenti all’assegnazione, qualcuno è entrato e lo ha devastato, pezzo per pezzo, per renderlo inservibile: un avvertimento, nell’unico linguaggio che la criminalità sa usare.
E allora torna la domanda, la stessa di sempre, quella che nessun luogo restituisce mai per intero: andare o rimanere. Ancora?
